Lectio Divina di lunedì 10 dicembre 2018

Dal vangelo secondo Luca (3, 10-18)

10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?».13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Balza subito alla nostra attenzione l’interrogativo: “che cosa dobbiamo fare?”

Siamo arrivati al “dunque”, alla concretezza del messaggio. Prima il Battista annunciava un giudizio da parte di Dio, è un brano che troviamo al v. 8 e che stasera non abbiamo letto e diceva:

dimostrate con i fatti che vi siete convertiti”.

La risposta alla predicazione del Battista è messa in risalto da tre categorie di ascoltatori, li elenchiamo subito: le folle, i pubblicani e i soldati.

Quelle “folle” tra poco diventano “popolo” perché il messaggio le ha toccate, responsabilizzate dal di dentro ed escono dall’anonimato, e restano in attesa e si domandano: ma quest’uomo, il Battista, non sarà forse il Cristo?

Ritorniamo ora indietro e riprendiamo il discorso con ordine, secondo le tre categorie:

le “folle” è gente raccogliticcia e anonima ma che si chiede “che cosa dobbiamo fare?”

È la stessa domanda che troviamo negli Atti degli Apostoli 2, 37 “che cosa dobbiamo fare, fratelli? Pietro rispose loro: Pentitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo”

È indubbiamente una domanda essenziale che può cambiare il percorso di una vita.

La risposta di Gesù è estremamente concreta, è un cambiare radicalmente l’impostazione della vita, ne viene di conseguenza che credere nel Vangelo ed essere cristiani non è disseminare nel nostro quotidiano qualche preghiera o qualche comportamento buonista, è invece un rovesciarsi dal modo di vivere di prima: “chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.

La seconda categoria sono i pubblicani persone malviste dagli ebrei sia per la loro provenienza che per il loro mestiere di esattori a favore dei romani, anche questi vengono dal Battista a farsi battezzare per iniziare un cammino di conversione, anche questi pongono la stessa domanda:

Maestro, che cosa dobbiamo fare?” “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”

Infine, lo interrogano anche i soldati, con la stessa domanda: “e noi che cosa dobbiamo fare?”

La risposta di Giovanni si sdoppia in tre proposte:

non maltrattate”

non estorcete niente a nessuno”

accontentatevi delle vostre paghe”

Come notiamo il Battista non aggiunge un di più, un qualcosa di posticcio alla loro religiosità, ma chiede che nella loro professione siano più umani.

È indubbio che restiamo un po’ delusi dopo aver letto questo brano, ci saremmo aspettati grandi proclami e invece…. “condividete, non rubate, non siate violenti”.

Infine, v. 15-18 Giovanni Battista si presenta per togliere agli uditori ogni equivoco, “io vi battezzo con acqua, Lui, il Messia vi battezzerà in Spirito santo e fuoco” Gesù Cristo porterà gli uomini verso una nuova creazione, ecco l’uomo nuovo, che nasce nella Pentecoste.

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Lectio Divina di lunedì 3 dicembre 2018

Dal vangelo secondo Luca (3, 1-6)

1 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,4com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
5Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e questa esigenza non può che avere origine dal cuore stesso.

Si tratta di lasciarsi immergere nelle acque del fiume Giordano.

L’immagine è significativa: vado sott’acqua come uomo vecchio e riemergo come nuova creatura. Questo rito usato da Giovanni Battista, non è uno dei tanti riti di purificazione prescritti dalla Torah, ma indica una scelta precisa: la conversione come ritorno sulla strada che porta a Dio, è un ritorno al Signore.

Naturalmente, questo non è opera dell’uomo, ma è puro e gratuito dono di Dio, questa totale gratuità costituisce la bella notizia, il Vangelo. Questa bella notizia comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano ed è opera di Giovanni Battista.

Se accorrono le folle a vedere e a sentire Giovanni Battista, significa che ormai un profeta è in mezzo al suo popolo dopo secoli di assenza. Giovanni Battista è chiamato dalla Parola di Dio, offre un ministero di consolazione. Bella è la presentazione che Giovanni fa di sé stesso, attualizzando l’antico profeta Isaia: “Come è scritto nel libro degli oracoli del profesta Isaia: voce che grida nel deserto: preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri… ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.

La Parola di Dio scese/venne su Giovanni Battista, il profeta è un semplice mediatore, un portatore di un messaggio, ciò che è decisivo non è dunque la figura del profeta, bensì è da sottolineare che Dio visita con la sua Parola il suo popolo, e la Parola scende su coloro che si lasciano attirare da Lui, e condurre nel deserto e parlare al cuore (Os. 2,16), senza indurirlo “come a Meriba, nel giorno di Massa nel deserto” (Sal 95, 8) e si pongono in ascolto come “Maria che sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la sua Parola” (Lc 10, 30).

Ritornando a “voce che grida nel deserto…” Luca lo sottolinea, vuole raggiungere ogni uomo e non solo i figli di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio. Il Battista proclama, a differenza degli antichi profeti, che la salvezza è universale, per tutti!

Dunque, la buona notizia è per tutti e non soltanto per alcuni, per pochi privilegiati, ma per tutti.

Tutto ciò avviene ai margini della Terra santa, nei pressi del deserto, con il suo silenzio, la sua solitudine.

Quale contrasto tra la “grande storia” che abbiamo visto all’inizio del brano: “Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, i sommi sacerdoti”. Questi personaggi “regnano”, ma la storia della salvezza si realizza in modo umile, nascosto! È il criterio di Dio, è il modo di fare di Dio anche oggi.

Niente che dia lustro e risonanza al potere politico troviamo in queste pagine. Niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia del Tempio: qui troviamo solo un fiume, dell’acqua, un popolo assetato di misericordia e di salvezza.

Giovanni è solo “voce”, eco di una realtà che sta oltre, che chiede una vita diversa, altra, nuova, chiede agli uomini e dona la possibilità di ricominciare a vivere secondo la volontà del Signore.

Lectio divina di lunedì 26 novembre 2018

Da lunedì 26 novembre riprende la Lectio Divina, che ci accopagnerà per tutto il periodo d’Avvento. Appuntamento tutti i lunedì, ore 21, nella cappellina feriale.

Dal vangelo secondo Luca (21, 25-28 2, 34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Il brano che la liturgia della 1a Domenica di Avvento ci presenta, ha in sé un genere letterario particolare che descrivere la fine del tempo e delle cose. Si chiama genere “apocalittico”, lo troviamo in particolare nell’A.T ed è noto anche nel N.T.

Vuole descrivere la fine del tempo e della storia dell’uomo.

È un genere letterario che indubbiamente incute un senso di smarrimento, forse anche di paura, ma letto in chiave cristiana, ci rendiamo consapevoli che con noi, e nella nostra storia, c’è una presenza amica: c’è Lui, il Signore Gesù.

v. 25 “Vi saranno segni nel sole, nella luna, e nelle stelle” Come interpretare questi segni?

Il sole è l’orologio cosmico, determina l’alternanza del giorno e della notte, luce e tenebre, è lo scandire del tempo.

La luna poi segna i mesi. In greco, luna = men, da qui la parola mese.

Infine, le stelle che cadono, cioè si rompe la macchina del tempo. Possiamo dunque affermare che il tempo che noi conosciamo, tempo ciclico, è destinato a finire, ma non sarà la fine di tutto, l’Apocalisse ci ricorda, presentando le parole di Gesù: “Ecco io faccio nuove tutte le cose, Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine” e ancora: “terra nuova e cieli nuovi”.

v. 26 “Mentre gli uomini moriranno per la paura”.

v. 27 “Allora vedranno il Figlio dell’uomo”.

Proviamo a fare un accostamento: ricordate il primo uomo, Adamo, è un uomo sicuro di sé, Dio gli ha dato tutto… con l’esclusione di mangiare di quell’albero… e Adamo, invece, dimentico di essere creatura e amico di Dio, cerca di fare a meno del suo creatore, è un uomo inebriato della vita e delle sue capacità… cerca di fare una strada da solo… ed è l’inizio della sua fine, il mondo gli crolla addosso. Adamo incomincia ad avere paura e si nasconde da Dio suo creatore e Padre: “Ho avuto paura e mi sono nascosto…” Analizziamo ora questo fatto primordiale che riguarda Adamo e confrontiamolo con l’Adamo di oggi, con ognuno di noi.

A grandi linee, l’uomo del nostro tempo non accetta nessun limite, altrimenti si sente privato della sua libertà sia sotto l’aspetto morale, e talvolta anche fisico, i giovani spesso dicono: “io devo provare”.

L’uomo si sente autonomo cioè sganciato e da Dio, visto come Padre e dagli altri visti come fratelli. L’uomo di oggi è ricurvo in sé stesso, non ha più relazioni. Se poi l’uomo non riesce a superare i limiti della condizione umana, si sente vinto, si sente depresso, demotivato, nasce in questo contesto il senso dello smarrimento e il senso della paura.

Nel Vangelo questo quadro ha tutto un significato nuovo. Non è la fine di tutto, non è un giudizio, è un’altra cosa assai più bella: la fine del tempo e della storia, della mia storia, è il grande incontro con lo Sposo, con Gesù Cristo. Nell’Apocalisse nei cap 21 e 22 si parla di nozze tra Dio e l’Umanità, e in questo contesto troviamo l’invocazione “Vieni” detto dalla Chiesa, e Cristo risponde: “Sì, Vengo presto”.

Il futuro è l’incontro con Dio, ma questo incontro avviene qui e ora, nella quotidianità, perché l’unico tempo che c’è, è l’istante presente, quindi ora.

L’invito di Luca: stare attenti a sé stessi e vegliare pregando, ossia sapere discernere il tempo, gli avvenimenti, le cose: le grandi coordinate della vita.

Perché ci sono? Cosa vuole Dio da me? E poi mettere in movimento il cuore: pregare in ogni momento, sentirci in compagnia del Signore, senza andarci a nascondere da Lui come Adamo.

Lectio Divina di lunedì 19 marzo 2018

Dal vangelo secondo Marco (14, 1-11)

1 Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Prima di leggere il brano, vediamolo un po’ dall’esterno.

Il brano è strutturato su due categorie di persone contrapposte: da una parte c’è Gesù e questa donna, donna senza nome, essa tace e Gesù parla per lei; e insieme fanno un personaggio unico. Gesù è l’interprete di questa donna che non parla ma agisce.

Dall’altra parte, tutti gli altri; compresi i discepoli.

C’è una netta distinzione tra i personaggi. Da una parte la donna e Gesù, e contro ci sono tutti gli altri.

Ci sono due categorie di persone che corrispondono a due modi di agire. La vita come calcolo e la vita come dono.

Questa donna dona tutto il meglio, gli altri invece sono l’opposto: Giuda per denaro vende Gesù, i nemici se ne impadroniscono e i discepoli fanno i conti di quanto può costare questo profumo: “perché tanto spreco?”

Quindi abbiamo due economie diverse: quella del dono e quella del possesso, dell’avere.

Ci sono due serie di verbi che esprimono bene queste due economie: da una parte c’è impadronirsi: è l’economia della nostra società. Il mezzo per comprare e vendere e scartare: è il denaro e l’economia. Rappresenta l’economia dell’uomo e l’economia del possesso, dall’altro canto abbiamo l’economia di Dio che è il dono.

Tutto il brano 3-9 è strutturato su due odori.

– siamo “in casa di Simone il lebbroso”, quindi l’odore della carne che si disfa, è l’odore della morte.

– e dall’altro il profumo che invade la casa del lebbroso.

Ci troviamo di fronte a due modi di agire, due modi di pensare, due categorie di persone e due odori.

Sovente non ci pensiamo, ma è importante l’odore, si sente subito.

È il principio di conoscenza tra gli animali, che non sbagliano.

Qui ci sono due odori diversi: il profumo e la lebbra, l’odore di vita e l’odore di morte.

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi.” In questa scena luminosa, c’è una cornice tenebrosa e poi in mezzo c’è questa luce.

– Complotto contro Gesù (tenebra),

– L’unzione di Betania (luce)

– Tradimento di Giuda (tenebra).

È tutto un intrecciarsi di tenebra e di luce.

Gesù si trovava a Betania” (3)

Il protagonista del racconto non è né Gesù, né la donna ma questo profumo, i discepoli dicono: “perché questo spreco di profumo?”.

La scena è a Betania, e Betania è la casa di tutti noi, poveri, peccatori, ma dove entra il Signore della vita. Gesù entra nella casa di Simone il lebbroso. Nella nostra casa, c’è la lebbra, cioè vi abita la morte, ma Lui entra, non ha paura. Sarà questo il significato della sua passione. Gesù entra nella nostra casa, dove c’è puzza di lebbra, ma Lui entra e mangia del nostro banchetto, partecipa con noi lebbrosi. E in questo contesto succede una scena imprevedibile: “giunse una donna che aveva un vaso…” questa donna non ha un nome, è non dice una parola. “Versò il profumo sul suo capo”, fa un gesto incomprensibile, che farà esattamente Gesù sulla croce: rompere il vaso, il suo corpo e donare la vita per noi è il suo corpo rotto, da cui si effonde il profumo, rompendo questo vaso la donna esprime tutto il dono di sé.

Se uno non capisce questo spreco come fanno i discepoli, non entra nella vita. La vita è questo spreco, lo si fa solo per amore.

Che interesse c’è a dare la vita? Che interesse c’è ad amare?

Questo è il grande interrogativo della nostra vita, anche per noi oggi. Se c’è in noi questo amore, c’è già l’annuncio della Resurrezione, ed è già vinta la logica della morte.

Lectio Divina di lunedì 12 marzo 2018

Dal vangelo secondo Giovanni (12, 20-33)

20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. 

Il brano inizia con i Greci – che sono pagani – che vogliono vedere Gesù.

Il problema è sempre lo stesso: vedere Gesù conoscerlo, credere in Lui, è il senso del Vangelo. E Gesù risponde indirettamente, dicendo dov’è che si vede Lui. Lo si vede nella sua gloria. E la sua gloria consiste nell’essere innalzato sulla croce, lì è il luogo dove si vede il Signore; dove vedo Dio? Sulla croce.

La sua gloria, dice, è quella del chicco di frumento; la gloria di un seme è il suo frutto, Lui porta frutto morendo sulla croce.

Il nostro brano inizia con “dei Greci”, era gente non di razza ebraica che però era simpatizzante e andava a Gerusalemme, erano proseliti e simpatizzanti della religione ebraica; tra questi Greci ci siamo anche noi, che siamo proseliti e simpatizzanti e giungiamo a Gesù attraverso la fede di Israele. Vanno per adorare durante la festa di Pasqua e incontrano il Signore.

Questi Greci non vanno direttamente da Gesù. Di fatti anche noi non siamo andati direttamente da Gesù. Io non ho sentito Gesù chiamarmi, non 1’ho visto. Tutto quello che so di Gesù, lo so tramite Andrea e Filippo e tutti gli altri che sono venuti dopo.

Noi ci avviciniamo a Gesù attraverso i discepoli che ce l’hanno testimoniato con la parola e con i fatti.

I Greci “vogliono vedere Gesù”, è il grande desiderio di tutto il Vangelo: vogliono vederlo, vogliono conoscerlo, e il verbo “vedere” nel Vangelo di Giovanni significa “conoscerlo” e il punto di arrivo del “conoscere” è la fede, che non è cieca ma è un “vedere”, un sperimentare ed un “vivere”.

Gesù, invece di farsi vedere come desiderano i Greci, dice “come” lo possono vedere e “dove” lo possono vedere.

Gesù dice: “è ormai giunta l’ora in cui è glorificato il Figlio dell’uomo”.

La gloria è la pienezza di luce, di bellezza di Dio che si rivela.

È giunta l’ora in cui Dio si rivela nella gloria del Figlio dell’uomo; e poi spiega subito dopo qual’è la gloria del Figlio dell’uomo, attraverso l’esempio del chicco di frumento. Se il chicco di frumento cade a terra e muore, porta frutto, Gesù vuol dire con l’esempio del chicco, che la sua gloria sarà la croce, non sarà la morte, il suo atto estremo sarà invece dare vita, come il chicco di frumento porterà vita se marcisce, Gesù mostrerà che lui donando la vita, sarà come il Padre che dà la vita. Ma se il chicco di frumento non muore, rimane solo, non genera vita, quindi c’è una legge necessaria anche per il Figlio dell’uomo, è la legge di ogni uomo che è quella di morire. La morte di Gesù sarà gloria, perché la sua non sarà una morte, ma sarà il dono della vita. Come tutta la sua vita è stato un dono di amore, così la sua morte sarà il dono di un amore pieno. A chi? A chi lo uccide! Quindi è un dono di amore assoluto e gratuito.

E quella sarà la gloria.

E qui c’è la risposta ai Greci: il Signore lo vedremo quando muore “chi ama la propria vita la perde” (v.25).

Chi ama se stesso, chi ama la sua vita, chi vuole trattenerla, la perde.

L’egoista ha perso la vita, perché la vita è amore e dono.

Lectio Divina di lunedì 5 marzo 2018

Dal vangelo secondo Giovanni (3, 14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:

14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Le parole del Vangelo che ascolteremo domenica prossima sono in parte parole di Gesù rivolte a Nicodemo (14-15), in parte una riflessione dello stesso evangelista Giovanni (16-21): esse sembrano enigmatiche, un po’ misteriose, ma in realtà, se lette con attenzione sono capaci di alzare il velo sull’identità di Gesù.

Nicodemo è un fariseo di Gerusalemme, un notabile, Gesù lo definisce “Tu sei maestro d’Israele”, uno di quelli che “vedendo i segni che Gesù faceva”, credevano in lui. (2, 23): questo suo cammino di ricerca è però parziale, inadeguato, non è capace di giungere alla pienezza della fede.

Per paura che la sua fiducia in Gesù venga scoperta da altri, egli si reca da lui di notte, di nascosto. Nicodemo è ancora nella notte della sua ricerca, della sua fede, e giungerà alla luce solo dopo la morte di Gesù.

Come Mosè aveva innalzato un serpente di bronzo su un palo nel deserto, durante l’esodo di Israele dall’Egitto, guardando quell’immagine i figli di Israele si salvavano dai morsi dei serpenti velenosi, così dunque lo sarà il Figlio dell’uomo una volta innalzato sulla croce. Ma che cosa significa questo essere “innalzato”?

Significa essere posto in alto, elevato da terra, e Gesù lo sarà sul legno della croce, ma significa anche, essere innalzato da Dio che prenderà Gesù nella sua gloria e lo farà Signore di tutti e di tutto.

Ecco unite in sintesi la croce e la gloria. È un rimando a quanto abbiamo letto domenica scorsa al capitolo 2, 19 “Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere”, anche qui dunque, abbiamo la croce e la gloria. Questa dualità è molto cara all’evangelista Giovanni.

A questo punto il contemplativo Giovanni, commenta per noi lettori questa rivelazione di Gesù. L’innalzamento di Gesù avviene perché “Dio ha tanto amato il mondo da dargli il suo figlio unigenito”: come Abramo non ha esitato ad offrire al Signore il su unico figlio: Isacco, così Dio dona a noi il suo unico Figlio affinché noi possiamo avere la vita in abbondanza “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui”. “Dio è amore” e sta a noi pronunciare su di lui il giudizio. Come? Aderendo a questo amore consapevoli che tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno di misericordia.

In questo cammino verso la Pasqua il nostro sguardo sia dunque rivolto a Gesù innalzato sulla croce, come ci invita a fare il discepolo amato Svolgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (19, 37)

Contemplando la verità appesa alla croce senza bellezza né splendore, secondo le parole di un monaco medievale, comprenderemo l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo, come lo ha compreso con fatica Nicodemo. e finalmente convertiti, nell’alba di Pasqua giungeremo a credere in pienezza.