Lectio Divina di lunedì 24 febbraio 2020

Dal vangelo secondo Matteo (4, 1-11)

In quel tempo Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane».

4Ma egli rispose: «Sta scritto:

Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse:

«Se tu sei Figlio di Dio, géttati giù; sta scritto infatti:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:

Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Riprendiamo insieme la lettura della Parola di Dio con il brano di Matteo 4, 1-11.

È una vera e propria catechesi che l’evangelista propone alle sue comunità di origine giudea. Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto (éremon), il testo greco dice “portato” (anéskte), quasi che lo Spirito porti alla prova Gesù come uomo. Dio, non è un sadico, è come un maestro di scuola che prova l’alunno interrogandolo. Cfr il Padre nostro (non ci indurre), Dio non vuole la nostra tentazione per farci soffrire, ma è anche vero che la prova ci purifica, ci allena, ci fa dominare sul nostro “io”, sulla nostra volontà: ecco il grande dono della nostra libertà, non libertà da… ma liberi per… scelte più grandi: per scegliere la volontà, il progetto che Dio ha per ognuno di noi. Ecco lo schema catechetico di Matteo, lo schema delle tentazioni: dagli studiosi è chiamato l’etica di Matteo, ossia come il credente deve comportarsi per scegliere sempre il progetto di Cristo.

In tutto il racconto risuona come sottofondo l’esperienza di Israele nell’Antico Testamento. “Gesù è condotto nel deserto per esservi tentato per 40 giorni e 40 notti, esattamente come Israele 40 anni (cf Deut 8,2 Num 14,34).

Gesù vi incontra tre tentazioni e queste ricalcano Deut 6,5, sono tentazioni abbastanza enigmatiche e misteriose insieme, teniamo sempre presente che Matteo scrive per comunità provenienti dal giudaismo, queste tre tentazioni possono intendersi alla luce della tradizione ebraica che interpreta Deut 6,5 come tentazioni contro l’amore di Dio, valore supremo.

1. Non amare Dio “con tutto il cuore”: “questi sono i comandi, leggi e le norme che il Signore, vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare… perché tu tema il Signore…. Ascolta, Israele, e bada di metterle in pratica, perché tu sia felice…” Esaminiamo ora le tentazioni di Gesù. La prima è non sottomettere i propri desideri interiori a Dio, è ribellarsi contro il nutrimento di Dio che è la manna.

2. Non amare Dio “con tutta la tua anima” cioè con la propria vita, fino al martirio, se necessario.

3. Non amare Dio “con tutte le tue forze”, cioè con le proprie ricchezze, con tutto quanto si possiede. Alla fine, Gesù appare come colui che ama Dio in modo perfetto.

Lo Spirito santo è la forza di amore che dirige anche Gesù nel compimento della sua missione.

Dopo 40 giorni di digiuno Gesù ebbe fame, è nella logica dell’essere umano, l’uomo, dopo il deserto, dopo la penitenza, nel fisico è estremamente fragile. Nei momenti di fragilità, anche per noi il demonio agisce. Il testo dice: il tentatore si avvicinò, apparentemente il demonio è molto discreto, quasi educato, cfr Adamo ed Eva nell’ Eden (Genesi).

Nella prima tentazione è chiamato “tentatore” “il tentatore si avvicinò” v.3 nella seconda tentazione è chiamato “diavolo” ossia colui che porta scompiglio, disordine. Nella terza tentazione Gesù lo apostrofa dicendo “Vattene Satana” “allora il diavolo lo lasciò.” Satana traduce l’ebraico: satan che significa avversario. Nella Bibbia Satana è considerato responsabile di tutto ciò che contrasta l’opera di Dio e di Cristo. (Gv 8,44- At 10,38).

Dopo queste note leggiamo lentamente il testo, tenendo presente che le tre tentazioni riportate da Matteo, sono le tentazioni di ogni cristiano.

In Gesù tentato ci sentiamo tutti noi, sapendo però che noi non siamo i primi ad entrare in quella esperienza, ci precede Gesù nostro modello e nostro salvatore.

Lectio Divina di lunedì 16 dicembre 2019

Dal vangelo secondo Matteo (1, 18-24)

18Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.

24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Il brano che è stato letto ci porta nel mistero centrale della nostra fede: il mistero dell’Incarnazione.

Così racconta Matteo: c’è una ragazza dì Nazaret, Maria, promessa sposa a Giuseppe. Questa era l’usanza nelle nozze ebraiche: venivano stipulate con il fidanzamento, ma talvolta passava un certo tempo tra l’impegno matrimoniale e la convivenza dei due sposi, specie se erano in età adolescenziale come nel caso di Maria.

Qui, accade un fatto inaudito: Maria si trova incinta senza aver conosciuto uomo, e Giuseppe ignora cosa possa essere accaduto.

Nel nostro testo. Giuseppe è presentato come un “giusto”, un credente, venuto a sapere della situazione di Maria pensa di sciogliere il vincolo nuziale, senza dire nulla pubblicamente per rispetto di Maria che Giuseppe conosce molto bene, e la stima.

Ecco dunque l’angelo (un angelo del Signore) che si fa presente a Giuseppe in sogno, è un tipico mezzo che troviamo sovente nell’Antico Testamento per rivelare la volontà e l’azione di Dio: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei, viene dallo Spirito santo”.

È importante questo per Giuseppe, quello che Maria porta in grembo è azione di Dio. Giuseppe non è un puro spettatore della scena: sarà lui ad introdurre nella legge mosaica, e quindi a dargli un nome e ad inserirlo nel casato davidico.

Giuseppe dunque è invitato a diventare padre, e sentirsi padre di un figlio che non viene da una sua decisione, ma soltanto da Dio: sarà padre di Gesù secondo la legge e tale sarà chiamato dai suoi conoscenti che non conoscono la profondità del mistero.

Nel nostro brano veniamo a conoscere che a Giuseppe non è data una “rivelazione” sul Figlio, ma una “vocazione”: come al profeta Osea fu chiesto di sposare una prostituta, a Geremia di restare celibe, a Ezechiele di restare vedovo, a Giuseppe è chiesto di accogliere come figlio Gesù, un figlio che in verità non è suo figlio, ma Figlio di Dio.

Così Giuseppe dà alla sua sposa non solo una casa, ma anche un casato, quello di Davide, permettendole di entrare nella discendenza messianica.

È veramente commovente l’atteggiamento di Giuseppe: al suo risveglio dal sonno senza fare alcuna obiezione, senza pronunciare una parola, il testo ci informa: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, diede alla luce un figlio che egli chiamò Gesù”.

Se prima abbiamo conosciuto Giuseppe come “giusto,” ora lo conosciamo come credente e obbediente alla Parola del Signore.

Nei Vangeli non ci è stata tramandata alcuna parola di Giuseppe, ma di lui sono attestati l’obbedienza e il silenzio, silenzio di adorazione di custodia e di contemplazione del mistero.

In sintesi si può dire che Giuseppe, nel silenzio, contempla il mistero di Dio che è entrato nella nostra storia facendosi carne, Dio è entrato nella storia facendosi uomo.

Lectio Divina di lunedì 9 dicembre 2019

Dal vangelo secondo Matteo (11, 2-11)

In quel tempo, 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto:

Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.

11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Il brano ci presenta la grande figura di Giovanni Battista. Notiamo il coraggio del Precursore di affidare a Gesù la propria fede nell’ora del buio, del dubbio e della prova.

Giovanni si trova in carcere dove è stato rinchiuso da Erode, un potente di questo mondo che non sopporta le critiche rivoltegli dal profeta circa il legame illecito con Erodiade, moglie di suo fratello.

Giovanni, l’uomo della Parola autorevole, è ridotto ormai al silenzio e si avvia verso la morte violenta.

In questa situazione di fede attraversata dal dubbio, Giovanni manda i suoi discepoli a rivolgere a Gesù una domanda drammatica con la quale mette in discussione tutta la sua vita:

sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro “?

Gesù manda a dire a Giovanni “riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. Gesù dunque espone a Giovanni Battista il suo programma, e lo trae da citazioni profetiche, come dire: ecco le antiche profezie sono giunte a compimento.

La novità che troviamo nel testo, è che Gesù aggiunge: “ai poveri è annunciato il Vangelo”, cosa che non troviamo nelle antiche profezie.

Tutto questo, cioè il rimando ai “poveri”, è la narrazione definitiva dell’amore di Dio per gli uomini. Non è un miracolo, e tuttavia è forse il segno più specifico e decisivo, tanto è vero che è stato scelto come inizio del “discorso della montagna“.

Ad ogni modo, è il segno che imprime una direzione ben definita a tutti gli altri, ponendoli a servizio di una concezione messianica sulla quale non tutti sono d’accordo.

Ecco perché Gesù aggiunge: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”, e il Battista dal carcere risponde con un amen silenzioso ma pieno di amore per Gesù.

Giovanni Battista non si aspettava un Messia così… ma lascia il suo criterio di attesa per affidarsi a Gesù.

Mentre Giovanni Battista esce di scena, Gesù presenta alle folle l’identità del Battista, e qui abbiamo la seconda parte del brano, non una canna sbattuta dal vento delle mode, né un potente che sta nei palazzi del potere…egli è un profeta, anzi più che un profeta, è il nuovo Elia, cioè il profeta per antonomasia che annuncia la salvezza portata dal Signore Gesù.

Ecco la chiave per comprendere le parole conclusive di Gesù: “fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni Battista, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Risiede qui tutto il suo significato e la sua grandezza.

Giovanni è grande, e tuttavia il piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. Affermazione non facile, ma almeno una cosa è chiara: l’appartenenza al regno di Dio supera ogni altra grandezza.

Lectio Divina di lunedì 2 dicembre 2019

Dal vangelo secondo Luca (1, 26-38)

26In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

È un testo che può essere letto in diversi modi.

Si può considerare Maria come punto di arrivo della storia, Maria come principio della Chiesa, oppure Maria come modello dei credenti.

Vediamo invece Maria dal punto di vista di Dio.

È molto bello quello che stiamo leggendo.

Dante dice: questa donna è “termine fisso di eterno consiglio”. Cioè, da sempre Dio, prima di creare il mondo, pensava a questa donna: “Termine fisso di eterno consiglio”.

Il motivo dell’espressione di Dante è molto semplice e straordinario insieme, perché in questa donna si compie tutto il disegno di Dio sul mondo, prima ancora di creare il mondo, Dio pensava a questa donna.

E Maria, tramite il suo “sì” entra in comunione con Dio, e Dio gioisce per il “sì” di Maria.

Grande, lo possiamo immaginare, è la gioia di Dio perché da sempre, essendo amore, cerca qualcuno che lo ami, finalmente questa donna gli dice “si”.

Per questo Maria è il modello dell’umanità nuova.

Nel nostro brano ci sono due coordinate precise: il tempo e il luogo. Il testo liturgico inizia così: “In quel tempo l’angelo Gabriele fu mandato”… il testo biblico invece ha questo riferimento di tempo: “Al sesto mese, l’angelo Gabriele”. Il sesto mese si riferisce al nascituro Giovanni Battista, è importante questo particolare, non da poco. Dio sempre agisce in un determinato tempo, ora, oggi. La salvezza di Dio non è mai qualcosa di generico e di indeterminato. Dio mi ha dato la vita, ci ha dato la vita e la salvezza in questo tempo.

La seconda coordinata e il luogo, per Maria, è Nazaret, Nazaret è il luogo della vita quotidiana, l’angelo Gabriele non è apparso nel tempio di Gerusalemme, ma a Nazaret, è lì, in questo luogo sconosciuto che Dio si fa carne, che la Parola si fa carne.

Dio interviene con l’angelo Gabriele (potenza di Dio). Dio agisce sempre mediante la Parola (Dabar). Dio con la sua Parola si propone totalmente a noi, per essere da noi accolto.

Cosa dice Gabriele? “gioisci” (rallegrati) ”piena di grazia” (graziata) ”il Signore è con te”.

Cosa vuole Dio da noi? Vuole una sola cosa: “Gioisci”, questo è il comando di Dio, Qual’è la volontà di Dio? Che tu sia contento!

Ti ha creato per questo. Tu sei la sua gioia. Che meraviglia! Noi siamo la gioia di Dio, quel Dio che ci ha pensati dall’eternità.

Quindi il primo comando è: “rallegrati”, “gioisci “.

La seconda parola è “piena di grazia”. Invece di dire il nome di Maria, l’angelo le dice il suo vero nome, perché il vero nome di Maria è la grazia, è l’amore, è la gioia che Dio ha per lei.

Quello è il suo vero nome.

Cosa mi rivela tutta la Bibbia? Il mio nome, e il mio nome è l’amore che Dio ha per me, questa è la mia identità. È bello che il nome del Signore “sia con me” quindi il nome del Signore è un complemento di compagnia: chi è il Signore? È “con me”; con chi? “Con te”.

Con te”, credo che sia il più bel nome di Dio: “Emmanuele”, il Dio con noi.

Dio è colui che è “con me”, non a caso, le ultime parole di Gesù sulla croce, quelle che dirà al malfattore, saranno: “oggi, sarai con me in paradiso”.

Lectio Divina di lunedì 8 aprile 2019

Dal vangelo secondo Luca (22, 54-62; 23, 39-43/47)

54Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. 56Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». 57Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». 58Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». 59Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». 60Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». 62E, uscito fuori, pianse amaramente.

39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

47Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto».

La notte è occupata dal rinnegamento di Pietro e subito dopo dal comportamento vile dei soldati che schiaffeggiano Gesù. C’è un particolare, questa notte è tutta attorno al fuoco, un gioco di sguardi: la serva che guarda Pietro, gli altri che lo guardano, anche Gesù guarda Pietro: è importante questo guardare, perché l’uomo è come è visto dagli altri. Siamo visti da chi? Da Dio, la nostra identità è come ci vede Dio e qui Pietro scoprirà lo sguardo di Gesù, e in quello sguardo, scoprirà la sua nuova identità. Il gallo canta, il canto del gallo indica che già comincia la luce del mattino; con il rinnegamento di Pietro comincia la luce e Pietro comincia a vedere chi è lui e chi è il Signore; è il momento della verità, è nel peccato che noi comprendiamo che lui mi ama, non perché sono buono, ma mi ama perché arriva fino a dare la vita per me. “Pietro lo segue da lontano”, gli altri ti rinnegheranno, io no! Pietro segue Cristo perché gli vuole bene ma è insicuro, la sua fede è ancora debole.

Pietro segue Gesù e poi acceso un fuoco in mezzo al cortile, anche lui si siede attorno con gli altri, e si sente come gli altri.

Cogliamo in questo testo il verbo “vedere”, quante volte.

C’è il fuoco, poi chiamato luce, fa vedere i vari modi in cui si può vedere.

C’è una serva che avendo visto Pietro attorno al fuoco, lo fissa e gli dice: “anche costui era con lui”. A pensarci bene, essere con Gesù è il senso della vita, essere con Gesù è la nostra identità di appartenenza a Lui. Con onestà chiediamoci: Siamo davvero con Gesù?

Questo fuoco che arde farà dire a Pietro: “non lo conosco”, in fondo è anche vero, Pietro conosce nella sua mente e nei suoi progetti un altro Gesù. Non per caso Gesù gli aveva detto “va dietro di me Satana”, sarà la Passione che farà vedere a Pietro e anche a noi chi è Cristo.

Proviamo a chiederci: Con quale Cristo siamo? Un Cristo che sta in un tipo di cultura e di prestigio, o il Cristo umiliato e in croce?

È bello vedere Pietro smontato, pezzo per pezzo, è smontato come discepolo e per la prima volta capisce chi è lui; lui è così, come siamo tutti noi.

Dopo quello che gli è capitato di tradimento e di sotterfugi, potrà diventare vero discepolo di Gesù. All’improvviso un gallo cantò. E voltatosi il Signore guardò dentro Pietro e Pietro si ricordò della parola del Signore: “Oggi, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E uscito fuori Pietro pianse amaramente.

Tutti guardano Pietro, solo Gesù lo guarda dentro. Noi viviamo dello sguardo altrui e cerchiamo di adeguarci, ma l’unico sguardo che comunque ci conosce, ci scruta e ci sentiamo preziosi ai suoi occhi, coi come siamo, è quello del Signore, che ci ha fatti e plasmati per la sua gloria e ci ama di un amore infinito.

Gli unici due teologi nel Vangelo sono esattamente il malfattore, forse amico di quel Barabba, che dice: “io giustamente sono in croce, perché ho fatto il male”, e l’altro teologo, il centurione, lo straniero che lo ha crocifisso, ed infine anche Pietro perché dice: “io l’ho rinnegato”, non lo dice ora, lo dirà in seguito (Cf Atti degli Apostoli).

Possiamo dire qualcosa su Dio nella misura in cui siamo coscienti della nostra miseria, del nostro peccato e di riflesso, dell’amore che Cristo ha per noi.

Lectio Divina di lunedì 1 aprile 2019

Dal vangelo secondo Giovanni (8, 1-11)

1 Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Questo brano che abbiamo ascoltato, è stato accolto nel quarto vangelo (Giovanni) solo dopo aver peregrinato da un vangelo all’altro, perché il suo contenuto era ritenuto “scandaloso” dagli stessi cristiani. È stato inserito al cap. 8 di Giovanni dove Gesù dice: “Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno”.

I Padri d’Oriente non conoscevano questo brano, era presente solo in alcuni manoscritti, i latini lo conoscevano già dal 4° secolo. Anche lo stile letterario e il tema non sembrano di Giovanni, pare piuttosto di Luca. È un brano comunque che imbarazza anche noi, ora.

Si ha così il caso in cui l’origine del brano è avvolta storicamente nel mistero, (potrebbe provenire da uno scritto non canonico, tipo vangeli apocrifi), mentre la sua autorità divina per il credente è fuori dubbio. Il Concilio di Trento riconosce l’ispirazione divina dei Libri della Bibbia, così come sono presenti, e li riconosce come Parola di Dio.

Vediamo la struttura:

Gesù sta insegnando nel tempio, è il Maestro.

Gli scribi e i farisei fanno irruzione davanti a Gesù e gli portano una donna sorpresa in adulterio, e la posero in mezzo. “Mosè ci ha ordinato di lapidare donne come questa…” Fanno riferimento all’antica Legge.

Gesù non parla, scrive per terra, non vuole mettere in difficoltà la donna. Alle insistenze dei farisei e degli scribi, Gesù si alzò, li affronta: “chi di voi, è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Gesù non condanna neppure gli scribi e i farisei, dice semplicemente, se vi sentite innocenti, date pure inizio alla lapidazione. Questa prima parte ci presenta dunque Gesù e gli scribi e i farisei, è uno dei tanti conflitti che troviamo nel vangelo tra Gesù e i suoi avversari, la donna è solo un pretesto.

Nella seconda parte, invece, abbiamo Gesù e la donna.

Inizia un dialogo tra Gesù e la donna, è un dialogo pieno di attenzione e di misericordia.

Allora, Gesù si alzò…” si mette alla pari con la donna. “Donna, domanda Gesù, dove sono?” “Nessuno ti ha condannata?” “Nessuno, Signore” “e Gesù le disse: Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più”. Chiamato a scegliere tra la Legge e la misericordia, Gesù sceglie la misericordia, senza mettersi contro la Legge, perché sa distinguere il peccato dal peccatore.

È bello ripensare la scena quando tutti se ne vanno e restano solo Gesù e la donna, questa lo guarda in modo interrogativo.

Sant’Agostino a questo proposito dice: “Relicti sunt duo, miseria et misericordia” restano solo due: il peccato (della donna) e la misericordia (di Gesù).

C’è un particolare: dal testo non si comprende se la donna è pentita, ma la misericordia di Gesù la precede.

Nessuno ti ha condannata?” È una domanda che fa da ponte tra Gesù e la donna.

Vi è l’incontro che riconsegna la donna a sé stessa, rimettendola in cammino, nella sua dignità.

Una sola parola: le dice di cercare ancora, ma oltre ciò che aveva cercato fino a quel momento. Un invito a non continuare a sbagliare il bersaglio nella sua ricerca di vita e di amore.

Lectio Divina di lunedì 25 marzo 2019

Dal vangelo secondo Luca (15, 1-3. 11-32)

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

Charles Peguy scrittore francese del secolo scorso aveva colto questa pagina come il centro, il fuoco di tutto il Vangelo. Si potrebbe dire che questo brano è un vangelo nel vangelo.

Se perdessimo il Vangelo, ma restasse questa pagina capiremmo comunque chi è Dio e chi siamo noi.

Chi si è perduto, certo il figlio minore, ma anche il maggiore, chi emerge in grandezza e misericordia è certamente il Padre che abbraccia il minore, ma anche il maggiore, chi emerge in grandezza e misericordia è certamente il Padre che abbraccia il minore e va incontro al maggiore.

Questa parabola ribalta la nostra idea su Dio e ci presenta l’uscita sia dall’ateismo di chi si ribella e poi si vende agli idoli, sia la falsa religione che rifiuta il vero volto di Dio.

Ripercorriamo il testo attraverso tre brevi momenti.

  1. Tutti e due i figli si sono allontanati dal Padre.

Il più giovane, sbattendo la porta, il più grande, restando a casa, anche se con il cuore è altrove. Entrambi lasciano la casa e con essa il Padre, che perdono perché in fondo non l’hanno mai conosciuto sul serio. “Si allontanarono”; ecco descritto in modo convincente il peccato; è un allontanarsi da Dio, pensando di essere più liberi ed invece…

2. Ma perché ci si allontana da Dio?

Ci si allontana in diversi modi: fisicamente come il figlio minore e affettivamente come il maggiore. L’atteggiamento dei due fratelli lasciano intravedere due situazioni diverse.

Il più giovane lascia il padre perché si sente oppresso, condizionato dalla figura del Padre.

Ed allora si progetta una vita come se Dio non ci fosse, non se ne sente il bisogno, tantomeno il desiderio, Dio è una pura ipotesi: posso credere oppure non credere, ma arriva il momento in cui ci si sente tremendamente soli, possiamo avere tutto, ma il tutto non mi basta a saziare la mia sete di infinito, e resto solo con me stesso.

È in questa solitudine che si rientra in sé stessi, si fa un cammino di ritorno, ritorno ma non sono più lo stesso di quando sono partito, allontanandomi da casa.

Il figlio maggiore resta… ma non si sente amato, si sente piuttosto un salariato, non un figlio, si lamenta: “neanche un capretto” ed invece ha tutto… il suo problema è un problema di relazione: non ha un vero rapporto con il Padre, per lui è un ingiusto che fa solo preferenze per il figlio minore che per di più ha sbagliato.

  1. E il padre? Chi è veramente?

Ecco alcuni aspetti.

La sua accondiscendenza di fronte alla decisione risoluta del figlio più giovane di andar via dimostra la sua straordinaria liberalità: acconsente di dare al più giovane la parte di eredità; notiamo: lo lascia libero, anche di sbagliare perché lo ama sul serio, acconsente, certo con sofferenza, e per questo attende il suo ritorno. Ogni giorno “guarda” la strada per un eventuale ritorno del figlio. Quando ritorna… grande festa in casa: notiamo i particolari, vestito, calzari, anello…

Riferimenti battesimali, membro riconosciuto della famiglia…

Però… è una festa a metà, perché c’è il figlio maggiore che fa il guastafeste. Lui si sente diverso, lui è giusto, a posto, laborioso ed osservante: invece è un giovane senza cuore, che non sa perdonare il fratello, è un giovane che non sa gioire.

Se leggiamo bene la parabola notiamo che manca il finale: ognuno deve metterci la sua esperienza.

E poi, il figlio maggiore è entrato alla festa o no? Non si sa.

Capiamo ora meglio il senso delle tre parabole: la pecora perduta, la moneta perduta, il figlio perduto. Lc. 15, 1-3. Si avvicinavano a Lui, tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo, i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: costui accoglie i peccatori e mangia con loro. Allora Egli disse loro questa parabola.